Potremmo ridurre tutto alle briciole sull’isola della cucina, oppure a quella tazzina di caffè della sera prima appoggiata nel lavandino. Potremmo, ma non vogliamo. Il disordine attorno a noi non è la scintilla, lo sono le azioni che si nascondono dietro ad esso. La realtà é che ci riempiamo ogni giorno di vere e proprie aspettative e quando vengono trascurate dall’altra parte lasciano solo il vuoto di quelli che possiamo chiamare tradimenti quotidiani.
Così iniziamo a costruire castelli senza sapere veramente il motivo ma solo perché vogliamo trovare un segnale pronto per noi dall’altra parte. E se questo segnale non c’è crolla tutto quello che abbiamo costruito. Perché allora la nostra dipendenza dagli altri ci deve indebolire e far sbarellare? Siamo sistematicamente così masochisti da mettere la nostra felicità nelle mani altrui in tutta fiducia per poi rinfacciarglielo alla prima occasione?
Si tratta di responsabilità, io non mi prenderei mai la responsabilità di essere l’unica e sola felicità altrui, faccio già fatica ad essere la mia ed è già questa una responsabilità grandissima. E’ così che poi si sceglie di allontanare tutto e tutti, di erigere da soli le mura di quei castelli di aspettative sperando di non trovare mai chi è in grado di abbatterli. Spegnamo così ogni forma di fiducia e di sentimento e si tramuta tutto in una felicità disperata fatta di solitudine. Una solitudine che ci fa soffrire quando posiamo la testa sul cuscino prima di coricarci la sera, ma che ci rende esuberanti quando ci obblighiamo a circondarci di persone durante il giorno.
Tanta gente attorno per evitare quel momento, quando scende la sera e inevitabilmente anche i pensieri. Conosco gente in grado di fare questo per una vita, poi basta una piccola goccia e l’acqua straborda dal bicchiere come un fiume in piena straripa dagli argini. E poi?
Questa settimana appena passata ne è la prova, di quanto la felicità disperata possa curare la testa ma non il cuore, di quanto a volte vogliamo far vedere a tutti quanto siamo forti ma poi ci fermiamo a pensare a quelle frasi di confronto, dette dalle amiche. L’altro giorno una di loro mi ha confidato di essere rimasta per qualche giorno a pensare ad una cosa che avevo scritto e fatto leggere in confidenza.
Così mi ha chiesto: “Si può pensare per una vita, anche solo un minuto al giorno, a chi non fa più parte della nostra abitudine ma che ci ha lasciato qualcosa? Questo significa che ci penseremo per sempre?” Io credo che: sì, ci si penserà per sempre, perché il dolore va fatto entrare e affrontato per andare avanti, ma cambierà il modo in cui si pensa a qualcosa o a qualcuno. Cambierà “il come“, crescendo, cambiamo noi.
Perché poi alla fine, di base, tutti noi cerchiamo la stessa cosa: addormentarci con addosso la felicità.






