In queste settimane sono profondamente immersa nella stesura del mio progetto letterario. Lavorare a un romanzo, maneggiare le vite dei personaggi, studiare le variazioni dei testi e delle loro parole. E come nella vita prediligo sempre la lectio difficilior. Tutto ciò ti costringe a scendere a patti con l’anatomia dei sentimenti. E quando passi le giornate a cercare la sintassi perfetta per descrivere il dolore o la rinascita sulla carta, finisci inevitabilmente per guardare con occhi diversi anche la tua vita reale.
Sono emotivamente molto ispirata in questo periodo. Ma è un’ispirazione ruvida, di quelle che ti sbattono in faccia verità scomode. Una di queste verità l’ho messa a fuoco ieri, guardando il cielo.

La matematica di un’eclissi e la probabilità di dirsi “ciao”
Ieri c’è stata l’eclissi. Munita di occhiali UV, ho guardato il sole e la luna sovrapporsi. L’allineamento di due corpi celesti ben distinti è un evento rarissimo; due pianeti ai poli opposti stavano riflettendosi sulle acque del Po, qui a Cremona. E mentre osservavo questa magia cosmica, un pensiero mi ha attraversato la mente: ci sono più probabilità che l’universo allinei perfettamente due corpi celesti, piuttosto che due esseri umani riescano a ritrovarsi anche solo per dirsi, di nuovo, “ciao”.
Ci pensavo mentre guardavo quel tramonto magico, chiedendomi se, da qualche altra parte, lungo quel corso d’acqua, altri occhi stessero guardando quello stesso cielo.
C’è una differenza abissale tra l’essere sconosciuti e il diventare estranei. Gli sconosciuti sono pagine vuote, persone che non si sono ancora incrociate. Gli estranei, invece, sono persone che si sono lette l’anima, che hanno condiviso intimità, paure e respiri, per poi allontanarsi fino a diventare inaccessibili. Diventare estranei è uno strappo. È avere la mappa dettagliata di una persona e scoprire che la serratura, nel frattempo, è stata cambiata.

L’inganno motivazionale della “pagina bianca”
Oggi va molto di moda una certa retorica motivazionale tossica. Ci ripetono in continuazione: “La vita è un foglio bianco”, “Sii l’artefice del tuo destino”, “Prendi in mano la tua vita e cambia le cose”.
Come scrittrice, il foglio bianco lo conosco bene. Quando scrivo, ho il controllo assoluto: decido io il kairos, il momento esatto in cui due destini si incastrano, architetto i dialoghi, forzo le tempistiche, creo la magia.
Ma la vita reale non è un manoscritto a firma singola. Se potessimo davvero scegliere, se la volontà fosse sufficiente, io sceglierei di non trovarmi mai in questa situazione. Sceglierei di non diventate un’estranea.
La verità è che il foglio bianco che abbiamo davanti è solo nostro. Non possiamo usarlo per scrivere le battute di un altro personaggio, specialmente se quel personaggio ha deciso di chiudere il suo libro. Nessuna mossa brillante, nessuna frase architettata con lo studio di lessico e sintassi, può forzare la ricezione di chi ha spento la radio. E accettarlo è la parte più dolorosa del processo.

Il paradosso di chi sa bastarsi: andare avanti non significa essere felici
C’è un equivoco crudele nel modo in cui la società guarda a chi attraversa una perdita emotiva: si pensa che, se la tua vita va avanti, allora “lo hai superato“.
Siamo abituati a misurare il dolore con l’inerzia. Ma cosa succede quando sei una persona iper-funzionale?
Per esempio: se non sono ferma in una stazione ad aspettare un treno che non passa. La mia vita procede veloce. La mia probabilità di sopravvivenza da sola è del 100%. So perfettamente come stare al mondo: chiudo contratti, lavoro ai miei progetti, gestisco le incombenze quotidiane, tutto scorre lungo il mio fiume. La mia indipendenza è un fatto inconfutabile.
Eppure, eccolo il cortocircuito: funzionare perfettamente non significa essere felici.
È estenuante, perché se la tua vita macina chilometri ogni giorno ed esteriormente produci luce, il tuo dolore diventa invisibile. Nessuno si preoccupa di chi sa camminare da solo. Ti ritrovi a guidare a centotrenta all’ora in un paesaggio che ha perso i suoi colori, portandoti addosso il peso di un vuoto che gli altri non vedono, proprio perché sei “così brava a farcela“.
E mi viene da chiedermi: il dolore di chi sopravvive pesa di meno di quello di chi è dipendente da esso?
Ho incanalato le mie energie nell’eclissi di ieri. Ho affidato al cosmo un desiderio. Ma oggi, guardando il mio vero foglio bianco, so che la scrittura più coraggiosa non è quella che cerca di sbirciare nella vita degli altri, ma quella che si prende cura della nostra. Anche quando si va avanti veloci. Anche quando, pur sapendo di farcela benissimo da sole, fa ancora un male cane. Ed è questo lo scarto che voglio dare ai miei personaggi.
Tratto dai miei pensieri sparsi.






How do you think these cosmic events shape our emotional landscapes? I’ve experienced moments where nature’s beauty mirrored personal transformations, making me gd wonder about such connections. Would love to hear more about your thoughts!
Un’analisi molto profonda sul contrasto tra l’iper-funzionalità quotidiana e il vuoto interiore. Mi chiedo se questa incapacità di far coincidere le fnf game nostre traiettorie con quelle altrui non sia, in fondo, una forma di difesa per tutelare la propria autonomia.