Nell’ultimo paragrafo Seneca scrive: “Mentre si rendono infelici a vicenda la vita passa…” – Se ci fermiamo a pensare a quanto di vero c’è in questo verso ci stiamo inconsciamente facendo l’esame di coscienza. Si pensi che questo testo, ancora attuale è stato scritto duemila anni fa e nonostante tutto, la volubilità umana che traccia questo percorso è rimasta imperturbabile, in un mondo che ha cambiato pelle infinite volte. Possiamo dire che Seneca fa un’analisi antropologica dell’uomo con la costante che nulla è davvero cambiato nonostante il passaggio del tempo.
L’umanità ha apportato dei miglioramenti allo stile di vita in duemila anni? È quasi paradossale: abbiamo stravolto il mondo, ma non siamo riusciti a scalfire quella volubilità che Seneca descriveva già due millenni fa. Quel percorso di distrazione e infelicità è rimasto anacronisticamente intatto. La nostra bussola punta sempre sullo stesso identico errore, fatto di impermanenza che non sappiamo toccare con mano ma quando è lei a toccare noi ci rendiamo conto di quanto tempo è andato perduto.
Quando succede qualcosa di brutto e inaspettato si sentono frasi sulla caducità della vita, l’imprevisto arriva a noi come uno schiaffo in piena faccia e ci obbliga a fermarci a riflettere su quello che abbiamo perso. E solo allora il peso della perdita diventa un macigno perché avremmo voluto fare di più. Ma come mai non ci abbiamo pensato prima; quando eravamo in tempo?

“La brevità della vita” riflessioni di duemila anni fa che Seneca ha cristallizzato
Mentre siamo impegnati a nutrire rancore, a pianificare vendette o a discutere per avere ragione, stiamo pagando un prezzo altissimo: il presente. Seneca ci suggerisce che l’infelicità condivisa è un moltiplicatore di tempo perso. Una catena che ci blocca le ruote. Non stiamo solo perdendo il nostro tempo, ma stiamo attivamente distruggendo quello degli altri, creando un circolo vizioso in cui la vita “scivola via” (effluit) senza che nessuno ne tragga beneficio. E il colmo è che non ce ne accorgiamo neppure…
“Non volevi stare con un altro ma non riuscivi a stare con te stesso” non siamo altro che la malattia che ci portiamo dietro come un malato che si gira e rigira nel letto sperando di trovare sollievo. Il nostro finto “sollievo” sta nel cercare gli altri perché abbiamo paura del nostro silenzio. Ma come Seneca scriverà anche in altre opere “Non puoi scappare da te stesso, perché ovunque andrai, ti porterai dietro“.
Quante volte mi è successo di portare dentro di me il caos nonostante stessi scappando proprio per seminare quel “sé” che mi opprimeva. Perché non mi sentivo abbastanza o abbastanza all’altezza per risolvere il problema o semplicemente perché pensavo che scappando lo avrei fatto sparire mentre ci stavo solo girando attorno.
Nello stoicismo di Zenone di cui allude Seneca e la ricerca eterna dell’essere autosufficienti (l’autàrkeia) bisogna passare per l’accettazione, soprattutto quella del dolore. Farlo passare e filtrarlo per trovare un equilibrio.
Un tempo cercavamo riparo nell’altro per non stare e sentirci soli ma oggi il compenso alla nostra solitudine lo troviamo nello scroll infinito e nelle notifiche e di fatto stiamo mettendo un muro a due facce. Da una parte del muro ci siamo noi che necessitiamo di leggerezza perché non vogliamo restare un solo secondo a tu per tu con i nostri pensieri. Dall’altra parte non vogliamo che nessun altro oltrepassi la nostra muraglia perché sappiamo che il panorama che si prospetta oltre è difficile da spiegare.
Procrastiniamo di fatto l’apertura di quella porta al mondo fino al punto tale di perderne le chiavi. Il risultato è l’ipocrisia dei nostri legami in cui non ci si basta eppure ci si trascina.
E quante parole non ponderate abbiamo detto? “…dopo che le parole ebbero il loro sfogo, i sentimenti tornarono allo stato abituale” Cosa vuole dirci l’antico filosofo con questa frase?..che quelle rare volte che ci si parla davvero aprendoci agli altri lo facciamo come deterrente perché le parole soltanto non portano ad un cambiamento reale.

Accorgersi di avere i capelli bianchi non vuol dire aver vissuto a lungo ma essere stati al mondo a lungo. Con questo Seneca ci insegna che non impariamo mai davvero a vivere. Mia madre diceva che c’è gente che non sa cosa significhi stare al mondo. Dietro a questa frase c’è molto di più e credo sia necessario leggere tra le righe.
L’invito a leggere questo libro, pur sempre attuale, sta nel fare una conta dei giorni che ipoteticamente ci restano esaminandoli per capire che ne rimangono sempre pochi e di scarto. Pensiamo davvero che il tempo sia gratuito? “Tutto ciò che deve ancora avvenire giace nell’incertezza: vivi immediatamente” – Vorrei non avere questa consapevolezza perché le persone che non sanno e ignorano vivono più serene il loro passaggio. Perché di fatto siamo tutti di passaggio su questa terra e non tutti faremo grandi cose. Non è il destino di tutti lasciare il segno.
Nessuno porterà a termine il tuo lavoro, quando il tempo, finendo lo lascerà incompiuto. Nemmeno chi ti ama e ti conosce di più potrà continuare ciò che hai iniziato. Il frutto del tuo sacrificio, dopo di te, andrà perso. Questo ci insegna a non lasciare le cose a metà…
Vi lascio quindi con questa riflessione: quante cose si dimenticano e quante cose fingiamo di dimenticare perché pensiamo che così facendo ci alleggeriremo o cancelleremo le nostre ferite? Dove sta l’equilibrio e il nesso tra queste due cose per non essere un individuo che vive solo a metà?





