Di foto profilo offuscate dopo fiumi di parole ne è pieno il mondo. Sono quei macigni che pesano sul cuore, quelle distanze che ci si autoimpone e non fanno male solo a chi si vede frapporre un muro immaginario in faccia, ma feriscono anche chi quel muro ha dovuto costruirlo per non affondare. A volte le emozioni ci muoiono dentro, da non saper spiegare cosa c’è stato, cosa c’è ora, né cosa ci poteva essere. Semplicemente si molla; si molla prima se stessi.
Le foto profilo che scompaiono non cancellano le parole scritte. Non serve essere un poeta per raccontare l’amore: a volte sappiamo come inizia, intuiamo come può andare a finire, ma non possiamo prevedere il sapore che resterà in bocca a chi legge quando chiuderà la pagina.
E tutto ciò che non è stato detto o fatto sulla linea del tempo pesa come piombo. Rileggere fa sentire il vuoto di ciò che è andato perduto. E al posto di tutte le parole resta una sola lettera, un’iniziale che diventa una figura retorica, o un nome che non vuoi pronunciare raccontando un aneddoto ad anni di distanza.
Nel Medioevo le iniziali erano i capilettera, quelle che davano l’incipit, dalle quali si capiva l’importanza di ciò che conteneva il testo: un codice purpureo riccamente miniato, scritto in onciale a caratteri dorati. Perché ci sono lettere dall’occhiello istoriato che, nel nostro cuore, saranno sia il principio che l’epilogo.





