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Mi sono resa conto di una cosa profonda e, a suo modo, disarmante. Io credo ciecamente nel potere delle parole, eppure non esiste nessuna struttura linguistica, nessuna architettura narrativa che possa sconfiggere le leggi della fisica. Il tempo scorre inesorabile, in una sola direzione. E l’unica cosa che possiamo fare noi sognatori è creare un mondo parallelo in cui la narrazione sopravviva alla storia, anche quando quella storia è ormai già stata scritta.

La regola inesorabile del tempo

C’è una legge nell’universo che governa tutto ciò che conosciamo. Gli scienziati la chiamano entropia, ma per comprenderla basta immaginare un uovo che scivola dalle mani e si sfracella sul pavimento. Prima della caduta, è ordinato e in perfetto equilibrio. Dopo l’impatto, diventa un caos inestricabile. Per quanto potremmo desiderarlo con tutte le nostre forze, l’universo non ci permetterà mai di vedere quel guscio ricomporsi da solo e tornare magicamente, intatto, nel nostro palmo. Le cose si evolvono, il disordine aumenta sempre, e questa marcia a senso unico è ciò che crea la linea del tempo. Non si può tornare indietro.

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Individuo A e Individuo B

Questa stessa legge, spietata e meravigliosa, si applica alle relazioni umane. Immaginiamo due persone, chiamiamole Individuo A e Individuo B. All’inizio, prima di conoscersi, le loro vite sono separate, forse un po’ vuote, ma stabili.

Poi si incontrano. Iniziano a parlarsi, a scontrarsi, a intrecciare le loro esistenze. Ogni compromesso, ogni silenzio condiviso, ogni scelta o rinuncia aggiunge complessità al loro legame. Il caos emotivo aumenta inesorabilmente. Le loro vite si legano in modo così profondo che l’equilibrio di partenza svanisce per sempre.

Arriva sempre un punto di non ritorno. Immaginateli incrociarsi un’ultima volta in un luogo di transito, come l’atrio affollato di una grande stazione, portando addosso i segni evidenti e fisici del tempo che è passato — magari l’attesa di una nuova vita, una prova biologica e tangibile che il passato è ormai irraggiungibile. La somma delle loro vite ha generato una realtà del tutto nuova e definitiva. Nella vita vera, le azioni hanno un peso tangibile. Un addio, uno sguardo, o l’invio di un’ultima email necessaria a chiudere un cerchio, sono gesti permanenti. La fisica ha semplicemente fatto il suo corso.

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L’architettura del destino

Eppure, dove la fisica si ferma, inizia la letteratura. Quando trasportiamo queste dinamiche sulla pagina scritta, smettiamo di essere passeggeri inermi del tempo e ne diventiamo i padroni. Applicando le raffinate architetture del testo e il modello attanziale tanto caro a teorici come Genette, il disordine della vita vera acquisisce improvvisamente un senso logico.

Sulla carta, Individuo A e Individuo B non sono più solo due persone in balia degli eventi. Diventano i soggetti di uno schema perfetto in cui possiamo decidere noi le regole. Possiamo stabilire chi è destinato a cercare l’altro, definire quali forze esterne si oppongono al loro incontro e quali le favoriscono, muovendoli come pedine in uno spazio che controlliamo totalmente. Le rigide leggi della termodinamica si piegano, finalmente, alle regole della narratologia.

Ci restano le parole. Nella realtà non possiamo riavvolgere il nastro, ma su una pagina bianca noi abbiamo il potere assoluto di fermare quella freccia. Le parole non cambiano la materia del mondo, ma ci permettono di dominare il caos emotivo creando un mondo parallelo nel quale rifugiarci.

Attraverso la narrazione, possiamo dilatare una singola frazione di secondo vissuta in quella stazione, fino a farla durare un intero capitolo. Possiamo usare i ricordi per viaggiare indietro nel tempo, cristallizzando per sempre l’istante esatto in cui tutto era ancora intatto e pieno di possibilità. E sfogliando le pagine, arrivati ai titoli di coda – come nel cinema – possiamo ritornare a rileggere dall’inizio.

La verità è che nessun modello attanziale modificherà la fisica

Però tutto questo concretamente si svolge solo nella nostra testa e non nella vita vera. Le parole possono costruire un universo parallelo immaginario, in cui sei tu a decidere le leggi della termodinamica emotiva, stabilendo quando il caos deve esplodere e quando, per un attimo, l’ordine può essere ripristinato. Mentre nella realtà è la fisica dominare tutto il resto.

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Scrivere, in fondo, è il nostro atto di ribellione più grande contro l’irreversibilità della vita vera. È costruire un universo parallelo immaginario, un rifugio segreto in cui la fine non è mai veramente la fine. Perché se è vero che la vita seguirà sempre la sua strada, spietata e bellissima, è altrettanto vero che il mondo che creiamo con le parole è l’unico posto dove i frammenti della nostra storia potranno continuare a vivere per sempre.

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